L’eredità del canto patriarchino nelle corali della Carnia e del Friuli
L’eredità del canto patriarchino continua a vivere nel canto liturgico friulano di tradizione orale, specialmente nelle comunità della Carnia e nelle pievi storicamente legate al Patriarcato di Aquileia. Pur non essendo una sopravvivenza diretta del canto aquileiese tardo-antico, il repertorio che oggi chiamiamo “patriarchino” è il risultato di una sedimentazione plurisecolare: influssi romano-franchi, apporti germanici e monastici medievali, insieme a un forte radicamento locale. Questa stratificazione, trasmessa oralmente, ha creato uno stile riconoscibile – “a la vecje” – caratterizzato da polivocalità spontanea, testi latini, formule melodiche arcaiche e un senso comunitario della liturgia che ancora oggi segna profondamente l’identità musicale friulana.
La continuità più salda con il passato si manifesta nei toni di lezione, formule melodiche per le letture bibliche che presentano estensioni all’ottava e cadenze tipiche, spesso coincidenti con quelle registrate nel Sacramentarium Patriarchale del 1557. Queste corrispondenze rivelano l’esistenza di un antico “dialetto musicale” diffuso dall’Istria alla Carnia e fino alla diocesi di Como.
Un ruolo decisivo nella conservazione di questo patrimonio è stato svolto da don Giuseppe Cargnello (Pre ’Sef), tra i maggiori studiosi del canto patriarchino e figura centrale dell’Associazione Glesie Furlane. Grazie alla sua opera di raccolta, trascrizione e studio sul campo, numerosi canti di tradizione orale sono stati salvati dall’oblio e resi accessibili alle comunità e ai ricercatori. Il coro Rôsas di Mont, da lui diretto, è oggi uno dei principali interpreti di questo repertorio: attivo nella Pieve di Gorto, custodisce e tramanda un’antica tradizione che continua a essere cantata nelle principali festività dell’anno liturgico.
La presenza del coro Rôsas di Mont nel sito, attraverso l’esecuzione di alcuni brani, testimonia come il canto patriarchino non sia soltanto un reperto del passato, ma una tradizione viva che ancora oggi genera appartenenza, spiritualità e senso comunitario. Nella sua persistenza, esso ricorda che la Chiesa nata dal Patriarcato di Aquileia ha saputo valorizzare la diversità culturale, trasformando la fede in un ponte sonoro tra popoli, memorie e generazioni.
Cjantis di Glesie dal popul furlan
dal Coro “Rôsas di Mont” di Guart diret di pre ‘Sef Cjargnel, ed. Glesie Furlane.
Video realizzato da Belka Media.
Atents, atents
1. Atents, atents, staitmi a sintî
A la notizie che us ài di dî:
Al è nassût il Salvadôr,
la stele gnove di grant sflandôr.
2. Secui e secui lu àn spietât,
rês e sapients lu àn suspirât,
ma tune stale al è nassût:
di jessi puar al à sielzût.
3. Metìnsi alore a cjaminâ,
fin a Betleme o vin di lâ;
o furtunâts, se lu cirìn:
Lui al è dongje lu cjatarìn.
4. In ogni puar lu incuintrarìn,
s’o varìn fede lu viodarìn;
fradis, al nas nestri Signôr
cuant che tun’anime al nas l’amôr.
Hosānna, (Cjanz e Prejeris dal Popul Furlan, ed. Glesie Furlane, n. 110)
Atenti, attenti
1. Attenti, attenti, statemi a sentire
la notizia che vi devo dire:
è nato il Salvatore,
la stella nuova di grande splendore.
2. Secoli e secoli lo hanno aspettato,
re e sapienti l’hanno desiderato
ma in una stalla egli è nato:
d’essere povero ha scelto il fato.
3. Mettiamoci allora in cammino,
fino a Betlemme dobbiamo andare;
fortunati noi, se lo cerchiamo:
Lui è vicino, lo troveremo.
4. In ogni povero lo incontreremo,
se avremo fede lo vedremo;
fratelli, nasce il nostro Signore
quando nell’anima nasce l’amore.
(Hosānna, “Canti e Preghiere del Popolo Friulano”, ed. Glesie Furlane, n. 111)
Al vîf il gno Redentôr
Al vîf il gno Redentôr,
e te ultime dì lu viodarai in muse!
O ai sintût une vôs dal cîl ch’e mi diseve:
Furtunâts i oms ch’a muerin tal Signôr.
A lassin cheste vite par une plui vere,
a viodaran il Signôr in Jerusalem.
Hosānna, (Cjanz e Prejeris dal Popul Furlan, ed. Glesie Furlane, n. 75)
Vive il mio Redentore
Vive il mio Redentore.
e nell’ultimo giorno lo vedrò in volto!
Ho sentito una voce dal cielo che mi diceva:
Beati gli uomini che muoiono nel Signore.
Lasciano questa vita per una più vera,
vedranno il Signore in Gerusalemme
(Hosānna, “Canti e Preghiere del Popolo Friulano”, ed. Glesie Furlane, n. 75)
Cuant ch’al nasseve nestri Signôr
1. Cuant ch’al nasseve nestri Signôr,
lusive une stele di grant sflandôr.
2. Lusive la lune come un biel dì
cuant che Marie e parturì.
3. Sflorivin lis monts, ju cjamps, ju prâts,
rosutis e violis in cuantitât.
4. Puars pastôrs alì dongje stevin
a passonâ ju arments fasevin.
5. Al comparive un agnul biel
de bande di Diu, il agnul Gabriel:
6. “Fradis, fermaitsi, no stait a vê pôre,
parcè che us puarti la buine venture
7. O savarês che te forme di un frut
il Fi di Diu par nô l’è nassût;
8. dentri une stale lu cjatarês
par dongje di Betlem, se no lu savês”.
9. Fradis, metìnsi a cjaminâ,
il Fi di Diu anìn a cjatâ!
Quando nasceva il nostro Signore
Quando nasceva il nostro Signore,
brillava una stella di grande splendore.
Brillava la luna come fosse pieno giorno
quando Maria diede alla luce il Figlio.
Fiorivano i monti, i campi e i prati,
rose e viole in abbondanza.
I poveri pastori stavano lì vicino,
pascolando con calma i loro armenti.
Apparve allora un angelo bello,
mandato da Dio: l’angelo Gabriele.
“Fratelli, fermatevi, non abbiate paura,
perché vi porto una buona notizia.
Sappiate che in forma di bambino
per noi è nato il Figlio di Dio;
dentro una stalla lo troverete,
vicino a Betlemme, se non lo sapete”.
Fratelli, mettiamoci in cammino,
andiamo a incontrare il Figlio di Dio!
